Un approccio comparato tra il liberismo economico e le politiche keynesiane: due diversi ambiti del pensiero economico
CIVILE - ECONOMIA

Scientifico

Un approccio comparato tra il liberismo economico e le politiche keynesiane: due diversi ambiti del pensiero economico

Alessandro Nardò 562 -

Alla luce della recente crisi finanziaria e del modo in cui è stata gestita dall'Europa la crisi greca, il nome di Keynes e delle sue teorie sta tornando di grande attualità nei dibattiti tra gli economisti. L'evidenza empirica mostra, allo stato attuale, l'inefficienza del liberismo economico, delle politiche di austerità e del laissez-faire.

sabato 9 marzo 2019


Sommario: 1. Introduzione; 2. Il liberismo economico e i suoi principali esponenti; 3. J.M. Keynes e la Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta; 4. L'assenza dello Stato come causa della crisi finanziaria: la deregolamentazione finanziaria;  5. Conclusioni.

1. Introduzione

Il dibattito economico tra i sostenitori del liberismo economico e i keynesiani sembrava oramai cessato con la vittoria dei primi sui secondi, con questi ultimi destinati a rimanere un lontano ricordo da inserire solamente nei libri di filosofia, di storia del pensiero economico e di economia politica. Invece, il nome di Keynes e delle sue teorie è tornato prepotentemente in risalto, soprattutto alla luce dei recenti eventi finanziari, mostrandosi di fatto come una delle principali alternative alle politiche di austerità imposte dall'Europa. Proprio ai vertici europei, è stato coniato in questi anni il termine "austerità espansiva" intesa come l'insieme di tutte quelle misure economiche rivolte al taglio degli investimenti e della spesa pubblica di uno Stato con l'obiettivo di abbattere il debito pubblico, attrarre investimenti privati e migliorare il clima di fiducia sui mercati finanziari.

Tuttavia, occorre ricordare che tali politiche restrittive di bilancio sono state avviate a partire dagli anni '70 del secolo scorso con lo scoppio delle crisi petrolifere. Il governo inglese guidato da Margaret Thatcher (1979-1990) e il governo statunitense guidato da Ronald Reagan (1981-1989) sono stati i massimi esponenti di questa politica definita fiscal consolidation, che ha decretato il passaggio da uno stato-imprenditore ad uno stato-regolatore.

Celebre infatti il discorso pronunciato dal presidente Reagan al momento del suo insediamento alla Casa Bianca nel 1981: egli infatti pronunciò le seguenti parole «[...] in this present crisis, governments is not the solution to our problem; government is the problem [...]»1. Da questo momento in poi il liberismo economico, la deregolamentazione finanziaria, le politiche di austerità, il sistema delle privatizzazioni e l'anti-keynesismo in generale, hanno preso il sopravvento su ogni tipo di scelta economico-finanziaria con risultati ampiamente discutibili. 

Tuttavia, ci si chiede: è ancora accettabile un sistema economico che abbia la capacità di autoregolarsi in situazioni critiche di mercato e in cui la presenza dello Stato è fortemente ridimensionata?  

2. Il liberismo economico e i suoi principali esponenti

Per liberismo economico si intende una corrente di pensiero basata sulla convinzione che gli agenti economici sono in grado di gestire e regolare in maniera autonoma i propri affari, e che solo perseguendo il proprio interesse individuale, si può raggiungere il benessere della società. Allo Stato è affidato dunque il ruolo di mero regolatore; esso cioè non deve intervenire direttamente nelle scelte economiche ma deve occuparsi, ad esempio, di eliminare eventuali distorsioni di mercato che disincentivano la concorrenza tra le imprese2.

Un esempio di distorsione economica è da ricercare nella presenza di cartelli dove con tale termine si fa riferimento ad accordi stipulati tra due o più imprese sul prezzo o sulla quantità di beni e servizi in circolazione, in modo da escludere i propri competitors dal mercato di riferimento. Il principale esponente del liberismo economico è stato Adam Smith (1723-1790). Nella sua opera Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), egli evidenzia i tre principi dell'economia di mercato: 1) il principio dell'interesse individuale; 2) il principio della mano invisibile; 3) il principio del libero scambio. Nell'enunciare il principio dell'interesse individuale, egli evidenzia che il lavoro produttivo è soltanto manuale e da esso si creano beni di valore commutabile nel tempo per il produttore.

Per questo motivo, «[...]non è nella benevolenza del fornaio, del macellaio o del birraio che noi ci aspettiamo di vedere servita la nostra cena, ma è dalla considerazione che loro stessi hanno del proprio interesse [...]»3. Perseguendo il proprio interesse individuale, ciascun individuo contribuisce al benessere collettivo più velocemente di quanto accadrebbe se lo Stato lo promuovesse da sé. Qualora vi siano condizioni di incertezza nel mercato, una mano invisibile dirige i mercati consentendo loro di autoregolarsi e di riacquistare a pieno l'equilibrio economico (lasseiz-faire). La mano invisibile che regola i mercati sarebbe, dunque, in grado di ridurre il prezzo di un bene quando si registra un calo della domanda del bene e viceversa, sarebbe in grado di aumentarne il prezzo, in virtù di un incremento della domanda e della conseguente produzione di quello stesso bene. 

Il principio della mano invisibile ridimensiona, come già accennato in precedenza, la possibilità di intervento dello Stato nel sistema economico perché «[...] il governatore che tentasse di dirigere i soggetti privati circa il modo in cui spiegare le loro risorse non solo si addosserebbe un compito non necessario, ma assumerebbe un potere che non può essere affidato senza pericoli non solo a una singola persona, ma neppure a qualunque Governo o Legislatore, e che non sarebbe mai tanto pericoloso quanto lo sarebbe se affidato alle mani di un uomo che abbia la folle presunzione di immaginare se stesso adatto a esercitarlo»4.

L'opera di Adam Smith riscontrò un notevole successo tanto che possiamo definirla come "il vangelo degli economisti" dell'epoca. Numerosi apprezzamenti furono espressi a riguardo da colleghi e amici di Adam Smith. A tale gratitudine, si contrapposero alcune critiche provenienti da altri studiosi. Essi infatti accusavano Adam Smith di aver ridotto, con la formulazione dei suoi tre principi dell'economia di mercato, i comportamenti umani alla sola ricerca di utili e all'adozione di azioni dominate tutte all'egoismo5.

Secondo altri studiosi, Adam Smith non crede che l'interesse personale implichi automaticamente il benessere collettivo, ma è convinto che le scelte assunte da un singolo individuo come lo Stato, portano a risultati peggiori rispetto alle decisioni intraprese dalla libera iniziativa privata (Amartya Sen, premio Nobel per l'economia nel 1998). I tre principi espressi nell'insieme da Adam Smith mostrano un chiaro attacco al protezionismo economico adottato soprattutto nel XVII secolo, dove diverse nazioni adottarono politiche mercantilistiche. Il mercantilismo è conosciuto come la prima forma di intervento pubblico dello Stato nel sistema economico6.

Un altro grande esponente del liberismo economico è stato David Ricardo (1772-1823). Nella sua opera Principi di economia politica e di tassazione pubblicata nel 1817 conferma la tesi di Adam Smith secondo cui, il valore di un bene è pari al lavoro utilizzato per produrlo (da cui si ottiene l'equazione V=L) anche se bisogna considerare i costi di produzione dello stesso bene e, alla pari di Adam Smith, egli ritiene che il prezzo di un bene derivi dall'incontro tra la domanda e l'offerta.

Lo stesso discorso tuttavia, non vale per la definizione del salario ottimale del lavoratore7.

Un altro aspetto fondamentale del liberismo economico riguarda l'allocazione del capitale. In questo caso, J.S.Mill (1806-1873) crede che il singolo individuo abbia la capacità di distribuire liberamente le proprie risorse senza avvalersi di alcun aiuto esterno. Infatti, per Mill la distribuzione è «[...] opera esclusiva dell'uomo che può metterla a disposizione di chi vuole e alle condizioni che più gli convengono [...]». Tuttavia, per Mill non è applicabile questa tesi se si vuole determinare e migliorare il benessere dei lavoratori e delle classi sociali meno agiate.

Egli rifiuta infatti la convinzione secondo cui il destino dei poveri e tutto ciò che identifica il loro ceto sociale deve essere regolato nel loro interesse, ma non da loro stessi. Per Mill, le classi benestanti agiscono esclusivamente nel loro interesse e sono mosse da sentimenti prettamente egoistici8. I lavoratori e le classi sociali meno agiate devono essere liberi di migliorare da sè la loro posizione sociale con mezzi pacifici e non rivoluzionari. 

La tesi enunciata da Mill troverebbe fondamento se si prende in considerazione, ad esempio, il concetto di allocazione pareto-efficiente secondo cui, non è possibile aumentare il benessere di un individuo senza diminuire il benessere di un altro individuo9

3. J.M. Keynes e la Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta

La critica più importante al liberismo economico di Adam Smith, David Ricardo e agli altri suoi sostenitori proviene da John Maynard Keynes (1883-1946), padre della macroeconomia moderna e ispiratore del New Deal durante la crisi economica del 192910. Prima di focalizzare l'attenzione sui fondamenti della teoria keynesiana, è necessario fare un breve excursus storico del pensiero economico di Keynes.

Egli si forma sotto l'influenza di Alfred Marshall (1842-1924), un altro grande economista della scuola neoclassica e, come il suo maestro, accetta i principi del libero mercato. Ben presto, tuttavia, comincia a maturare una propria idea cha va in netto contrasto con la sua stessa formazione accademica e scientifica. Critica ad esempio la mano invisibile di Adam Smith e la conseguente capacità dei mercati di autoregolarsi nel lungo periodo. La frase con cui Keynes nel 1923 critica apertamente il laissez-faire, è la seguente: «ma questo lungo periodo è una guida fallace per gli affari correnti. Nel lungo periodo siamo tutti morti»11.

Tra il 1925 e il 1926 tiene un discorso alla Liberal Summer School di Cambrige e alla Manchester Reform Club, dove egli manifesta il suo scetticismo sia verso i conservatori liberisti sia verso l'ideologia marxista. Essere un liberale per lui significa infatti coniugare lo sviluppo economico con la giustizia sociale. Queste sue considerazioni verrano successivamente trascritte sia nell'opera intitolata "Sono un liberale?" pubblicata negli anni '30 del secolo scorso e sia in un altro suo grande libro intitolato "La fine del laissez-faire".

Famosa inoltre è la lettera inviata da Keynes al suo amico e collega Piero Sraffa, in risposta all'invito di quest'ultimo a leggere l'opera di Karl Marx. Nella lettera Keynes scrive: «ho provato sinceramente a leggere i volumi di Marx, ma ti giuro che non sono proprio riuscito a capire cosa tu ci abbia trovato e cosa ti aspetti che ci trovi io! Non ho trovato neanche una sola frase che abbia un qualche interesse per un essere umano dotato di ragione. Per le prossime vacanze dovresti prestarmi una copia del libro sottolineata».

L'apice della sua carriera di economista Keynes lo raggiunge nel 1936 con la pubblicazione della sua opera più famosa intitolata "Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta" con cui vuole dimostrare che non esiste una tendenza automatica all'equilibrio di piena occupazione ragion per cui, egli nega ad esempio, l'esistenza della mano invisibile di Adam Smith.

Dunque, per Keynes lo Stato deve intervenire a sostegno dell'economia per assicurare l'equilibrio di mercato. Alla base della Teoria Generale sono posti tre principi fondamentali: 1) la domanda effettiva; 2) il moltiplicatore del PIL; 3) la teoria della preferenza per la liquidità. Il principio della domanda effettiva viene analizzato da Keynes, esaminando il comportamento dell'imprenditore.

Egli assumerà lavoratori fin quando le entrate conseguite saranno in grado di coprire i costi di produzione sostenuti. Per questa ragione, Keynes nega da un lato la tesi appoggiata dai sostenitori della teoria tradizionale secondo cui l'incontro tra la domanda e l'offerta di mercato determina l'equilibrio ottimale e dall'altro lato, nega il principio secondo cui in un periodo di disoccupazione, la discesa dei salari invoglia gli stessi imprenditori ad assumere più lavoratori13.

Al contrario, Keynes crede che la discesa dei salari incentiva gli imprenditori ad assumere meno lavoratori data la condizione di incertezza del mercato. Il principio del moltiplicatore del PIL è considerato da molti come il cuore e la base della teoria keynesiana. In economia aperta, dove sono ammesse le esportazioni, il PIL (Prodotto Interno Lordo o domanda aggregata AD) è dato dalla seguente equazione: Y= C+I+G+NX dove C indica i consumi di famiglie e imprese, I indica gli investimenti privati, G indica la spesa statale e gli investimenti pubblici, NX indica le esportazioni nette.

Fatta una tale premessa, alla base del moltiplicatore del PIL è posta la seguente formula matematica:

 

(1/ 1-Cy) * (C+I+G-CyT)

dove:

Cy indica la propensione marginale al consumo14

CyT indica il consumo al netto delle imposte.

Facciamo un esempio per chiarire meglio il principio del moltiplicatore della domanda aggregata (AD). Supponiamo che lo Stato aumenti la spesa pubblica per investimenti di 100.000 € (ΔI) e supponiamo che la propensione marginale al consumo sia pari a 0,8. Di quanto aumenterà la produzione? La risposta è 500 €. Questo significa che ad una variazione della domanda autonoma corrisponde una variazione del reddito di equilibrio: in questo caso, il reddito generato dall'aumento della spesa pubblica per investimenti sarà di gran lunga superiore al denaro investito inizialmente dallo Stato15.

E' importante sottolineare come il moltiplicatore keynesiano, può essere applicato a qualsiasi componente della domanda aggregata e quindi ai consumi, agli investimenti privati, alla spesa pubblica e alle esportazioni nette. In riferimento alla componente G del PIL, famoso nella Teoria Generale di Keynes è l'esempio delle buche. Per Keynes, in un periodo di disoccupazione, se lo Stato riempisse di denaro vecchie bottiglie di vetro, assumesse dei lavoratori per scavare delle buche nel terreno per sotterrare le bottiglie di vetro ed in seguito, ricoprisse le buche medesime e lasciasse all'iniziativa privata il compito di dissotterrare le bottiglie secondo i principi del laissez-faire, allora non dovrebbe più esistere disoccupazione. Naturalmente per Keynes, è più logico investire in opere di pubblico interesse ma in assenza di tale circostanza, scavare buche per sotterrarci bottiglie di vetro, come evidenziato in precedenza, sarebbe meglio di niente.

Il principio della preferenza per la liquidità indica la capacità di un soggetto di scegliere, in base alle condizioni del mercato, se tenere moneta sotto forma di liquidità o al contrario, se detenere la propria ricchezza utilizzando forme diverse rispetto al denaro liquido: ad esempio tramite l'acquisto di obbligazioni o altri titoli di stato. L'individuo è incentivato a detenere più liquidità soprattutto in condizioni di incertezza del mercato, dove il prezzo dei titoli diminuisce e il tasso d'interesse aumenta motivo per cui, l'individuo venderà i suoi titoli ricevendo in cambio denaro liquido.

Dunque, per Keynes il tasso d'interesse dipende dalle aspettative dell'individuo e dall'incertezza dei mercati e non dall'incontro tra la domanda e l'offerta di fondi a prestito, come credevano, al contrario, i sostenitori della teoria mainstream. Se il tasso d'interesse non è la componente economica che porta in equilibrio la domanda e l'offerta, l'unica grandezza economica in grado di riuscirci è il reddito nazionale16

4. L'assenza dello Stato come causa della crisi finanziaria: la deregolamentazione finanziaria  

Dopo la Grande Depressione degli anni '30 del secolo scorso, grazie all'applicazione delle teorie keynesiane, l'economia statunitense ha conosciuto un periodo di espansione economica. Oltre all'applicazione delle teorie economiche enunciate da Keynes, la forte presenza dello Stato nel regolamentare il sistema finanziario, ha consentito all'economia di crescere e di prosperare nel tempo. In questo periodo, infatti, le banche appartenevano al demanio pubblico ed era inoltre proibito agli intermediari finanziari di speculare con i risparmi dei clienti.

Era posta una netta distinzione tra la banca pubblica e la banca d'investimento. La prima si occupava delle operazioni tipiche come ad esempio la concessione di mutui mentre la seconda si occupava al contrario delle operazioni d'investimento in titoli obbligazionari e azionari. La legge dava la possibilità alle banche d'investimento di assumere la forma di società ma di piccole dimensioni. 

Agli inizi degli anni' 80 del secolo scorso con l'elezione di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti d'America, ebbe inizio un periodo di deregulation (deregolamentazione finanziaria). Nel 1981 numerose leggi poste a tutela degli investimenti dei piccoli risparmiatori furono cancellate e questo permise alle banche d'investimento, di utilizzare le risorse finanziarie dei propri clienti per effettuare investimenti rischiosi. Alla fine degli anni '80, tale situazione portò allo scoppio di una crisi finanziaria che costò ai contribuenti circa 124.000.000.000 $ oltre a comportare la perdita dei risparmi dei clienti. Uno dei casi più famosi fu quello di Charles Keating. Il noto economista Alan Greenspan commentò positivamente gli investimenti di Keating e poco tempo dopo, il presidente Reagan lo nominò a capo della Federal Reserve System (FED), la banca centrale degli Stati Uniti d'America, il cui mandato fu rinnovato successivamente da Clinton e da George W. Bush.

Sotto la direzione di Greenspan, la deregolamentazione finanziaria non diminuì e tra le tante concessioni fatte da Greenspan e dai suoi più stretti collaboratori, ci fu quella che consentiva a diverse banche d'investimento di unirsi in grandi società, così grandi che il loro fallimento avrebbe minacciato la stabilità dell'intero sistema finanziario. Un esempio è stata la fusione nel 1998 tra le due banche d'investimento CitiCorp e Travelers che diedero vita alla Citigroup, la più grande compagnia di servizi finanziaria del mondo. Questa fusione andava contro il Glass-Steagall Act, una legge entrata in vigore negli anni'30 del secolo scorso.

Tale provvedimento legislativo non consentiva agli istituti bancari che avevano in pancia i depositi dei propri clienti, di effettuare investimenti con un elevato grado di rischio. Successivamente, venne approvato dal Congresso degli USA il Gramm-Leach-Bliley Act (conosciuto anche come Citigroup Act)ovvero un provvedimento legislativo che abrogava definitivamente il Glass-Steagall Act e apriva la strada ad ulteriori fusioni tra le banche d'investimento. La deregolamentazione finanziaria comportò tra le altre cose l'eliminazione dell'obbligo, in capo alle banche d'investimento, di rendicontare gli investimenti più rischiosi e quindi di conseguenza, venne meno la trasparenza informativa delle banche. 

I bilanci bancari non rispecchiavano a pieno la situazione reale e il contesto operativo degli istituti bancari. Venne inoltre data la possibilità agli amministratori bancari di sottoscrivere le cosiddette stock option, ovvero azioni che consentono ai dirigenti di assumere delle partecipazioni in altre società controllate dalla società principale. In virtù di tale concessione, i dirigenti bancari si assicuravano di aumentare i ricavi nel breve periodo per incrementare l'appetibilità del titolo e venderlo, in un secondo momento, sul mercato. Negli anni successivi, la deregolamentazione finanziaria ha portato all'immissione nel sistema finanziario di nuovi strumenti e prodotti finanziari: i derivati17.

Con tale termine, si intende una tipologia di strumento o contratto finanziario il cui valore nel tempo deriva dall'andamento di un'altra attività sottostante o dal verificarsi di un evento oggettivamente osservabile18.

Tra le varie tipologia di contratti derivati troviamo i Credit Default Swap (CDS) ovvero strumenti finanziari che consentono ai sottoscrittori, a fronte di un pagamento alla controparte, di proteggersi dal rischio che il titolo non venga rimborsato a scadenza. Come spesso accade, l'immissione nel sistema finanziario di un'innovazione finanziaria come i derivati, soprattutto se immessa nei mercati OTC19, conduce nel tempo alla destabilizzazione dell'intero sistema ed è causa nel tempo, di una crisi finanziaria. Nel periodo precrisi, sui CDS vi era un'elevata speculazione finanziaria: infatti coloro che sottoscrivevano tali strumenti finanziari, molto spesso non erano chi effettivamente possedeva tali titoli ma al contrario chi non li deteneva motivo per cui, si scommetteva sull'andamento negativo dei CDS per assicurarsi il premio assicurativo garantito.

Dato che i CDS non sono considerati dei veri e propri contratti assicurativi, la normativa non richiede agli emittenti l'accontamento patrimoniale come forma di copertura dal rischio assunto ed incorporato nel titolo20. La pericolosità di tali strumenti finanziari ha portato diversi studiosi, come esempio Warrent Buffet, a definire i derivati come armi di distruzione di massa. Oltre ad Alan Greenspan, altri esponenti del mondo politico ed economico hanno favorito ed incentivato l'utilizzo degli strumenti derivati21

5. Conclusioni

 Alla luce di quanto detto sino ad ora, non è possibile adottare un sistema economico creato sulla base dei principi del laissez-faire e sulla deregolamentazione finanziaria. Allo stato attuale, infatti, le circostanze non consentono più l'applicazione dei principi base del liberismo economico.

Keynes ha mostrato, a suo tempo, l'inefficienza di tali politiche e la necessità di avere uno Stato più presente all'interno del sistema economico. Gli scopi prettamente lucrativi della finanza hanno preso il sopravvento sulla morale ed hanno messo da parte la dignità personale del singolo individuo, per soddisfare gli interessi egoistici e personali di chi opera all'interno dei mercati finanziari. Ciò non vuol dire che bisogna consentire che il sistema economico venga completamente nazionalizzato e venga abolita l'iniziativa privata: lo stesso Keynes non appoggiava un sistema economico di questo tipo.

Bisogna preferire un sistema economico ad "economia mista" e cioè basato sulla libera iniziativa privata e sulla possibilità di intervento dello Stato qualora se ne ravvisi la necessità. L'interventismo statale è fondamentale per riequilibrare i mercati e ciò è possibile, ad esempio, attraverso l'aumento degli investimenti pubblici anche in deficit come suggeriva Keynes nella Teoria Generale. Infatti secondo Keynes, «[...]è da imbecilli dire che non possiamo permetterci di spendere, quando abbiamo disoccupati, impianti inutilizzati e un livello del risparmio più alto di quello che utilizziamo. Perchè ci servono solo questi impianti e nient'altro per farla. Avere a disposizione cemento, acciaio, macchinari e trasporti inutilizzati e dire che non possiamo fare lavori pubblici di un qualche tipo, è puro delirio derivante da confusione mentale[...]»21

Il nome di Keynes pian piano sta tornando alla luce e lo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte in una recente intervista, ha dichiarato che l'obiettivo del governo italiano è una manovra economica basata sull'ideologia keynesiana e non sul rigore economico di F.A. Hayek22. Al contrario in Europa, si è scelto volontariamente di seguire la strada opposta. La risposta dei partner europei alla recente crisi finanziaria è stata quella di adottare politiche di austerity e di rigore economico basate su tagli alla spesa pubblica ed equilibrio di bilancio. Nel 2012, infatti, i Paesi aderenti all'Unione Europea hanno adottato un provvedimento che prende il nome di Fiscal Compact. Tale provvedimento legislativo si basa su due principi fondamentali ovvero:

  • l'obbligo del pareggio di bilancio che impone ai singoli Paesi europei, il divieto di spendere più dello 0,5% delle entrate effettivamente conseguite. Inoltre, è stato imposto ai singoli Paesi, di inserire tale previsione nei rispettivi ordinamenti nazionali. Nel caso dell'Italia, nel 2012 il Governo Monti attraverso una legge di revisione costituzionale ha modificato l'articolo 81 della Costituzione della Repubblica Italiana23
  • l'obbligo di riduzione del debito pubblico in misura pari a un ventesimo l'anno ottenuto come differenza tra il livello effettivo del debito e il 60% del PIL. 

Un tale approccio pone un freno agli investimenti e destina minori risorse finanziarie alla sanità, alla pubblica istruzione, all'università, alla ricerca e a qualunque altro settore che in un modo o nell'altro, concorre allo sviluppo e alla crescita economica di una nazione. A mio avviso, il Fiscal Compact rappresenta l'esempio emblematico della scelta seguire la strada dell'austerità espansiva secondo cui, politiche restrittive di bilancio ed aumenti dell'imposizione fiscale implicano una riduzione del debito pubblico e un maggiore sviluppo e crescita economica. Tuttavia, l'evidenza empirica mostra come il concetto di austerità espansiva non esiste e non trova alcun fondamento scientifico.

I risultati ottenuti applicando tali principi, sono stati ben diversi da quelli attesi. Basta pensare alla Grecia dove in cambio di aiuti economici da parte dell'Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, che insieme agli altri creditori formano la cosiddetta Troika, nel 2011 ha dovuto accettare tagli drastici alla spesa pubblica, alla previdenza sociale e agli investimenti pubblici. Politiche che di fatto hanno solo portato ad un ulteriore impoverimento della nazione, all'aumento del tasso di disoccupazione, e all'aumento del debito pubblico così come mostrato dai grafici sottostanti.

Lo stesso Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato che le azioni adottate nei confronti dello stato greco negli anni passati sono state piuttosto avventate. Il mea culpa dell'Europa è sintomo che è giunto il momento di mettere da parte la mano invisibile di Adam Smith, solo che come diceva Keynes «il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi»24.

Il messaggio economico di Keynes non deve essere inteso come uno strumento che consente, in maniera indiscriminata, il ricorso al deficit pubblico. Ciò che Keynes vuole sottolineare è l'importanza dello Stato attraverso sistemi di welfare state che consentono di migliorare le condizioni economiche e sociali di ogni singola persona. Esistono strumenti come il Partenariato Pubblico Privato, che a mio avviso, consentono di coniugare l'interesse pubblico con la necessità di tenere sotto controllo i conti pubblici25

Per tutti questi motivi si può affermare che anche se sono passati ottantatrè anni dalla sua pubblicazione, la Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta di Keynes è ancora un libro attuale. 

Figura 1 - Andamento del Pil della Grecia (bilioni di $) nel decennio 2006-2016. Cfr.: Doukakis M., Le politiche di austerità in Europa: il caso della Grecia, tesi di laurea, relatore prof. Signorelli M., dipartimento di Economia, Università degli studi di Perugia, a.a. 2015-2016, p.19.

Figura 2 - Andamento del tasso di disoccupazione tra il 2008 e 2016. Cfr.: Doukakis M., Le politiche di austerità in Europa: il caso della Grecia, tesi di laurea, relatore prof. Signorelli M., dipartimento di Economia, Università degli studi di Perugia, a.a. 2015-2016, p. 19.

Figura 3 – Import ed Export di beni e servizi della Grecia (in bilioni di $). Cfr.: Doukakis M., Le politiche di austerità in Europa: il caso della Grecia, tesi di laurea, relatore prof. Signorelli M., dipartimento di Economia, Università degli studi di Perugia, a.a. 2015-2016, p. 24.

Figura 4 – Gap tra PIL potenziale e PIL effettivo della Grecia e dell’Eurozona. Cfr.: Doukakis M., Le politiche di austerità in Europa: il caso della Grecia, tesi di laurea, relatore prof. Signorelli M., dipartimento di Economia, Università degli studi di Perugia, a.a. 2015-2016, p.26.

 

Note e riferimenti bibliografici

1. In questo periodo di crisi, lo Stato non è la soluzione al nostro problema; lo Stato è il problema. 

2. AA.VV., Enciclopedia dell'Economia, Garzanti Libri S.p.A., terza edizione, Milano, 2011, p.775.

3. Cfr.: Reale G., Antiseri D., Il pensiero occidentale 3. Età contemporanea. Nuova edizione riveduta e ampliata, Biblioteca La Scuola, 2013, p.145.

4. Ibidem.

5. Ivi, p.146.

6. Per mercantilismo si intende una serie di scelte economiche mirate ad aumentare il numero delle esportazioni rispetto al numero delle importazioni attraverso un sistema di protezioni come dazi e barriere doganali. 

7. Ivi, p.147.

8. Ivi, p.157.

9. Teorema enunciato dall'economista e sociologo italiano Vilfredo Pareto (1848-1923). 

10. Per New Deal o Nuovo Corso si intende una serie di misure economiche dove lo Stato interviene direttamente sostenendo l'economia. Sussidi alla disoccupazione, maggiori investimenti per opere e servizi di pubblico interesse finanziati incrementando il deficit pubblico e aumento delle aliquote fiscali per i ceti sociali più ricchi, sono solo alcuni degli interventi più importanti posti in essere dal presidente statunitense F.D. Roosevelt durante il New Deal

11. Traduzione in italiano della frase:«but this long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead». Con questa frase Keynes non solo critica il laissez-faire ma non accetta neanche l'idea secondo cui, sono necessari dei sacrifici nel breve periodo per migliorare le condizioni degli individui nel lungo periodo.

12. I prezzi sono vischiosi nel senso che non variano liberamente ed istantaneamente in base alle variazioni della domanda e dell'offerta.

13. Roncaglia A., Capire l'economia: Keynes e la funzione dello Stato nell'economia, (a cura di) Eduflix.                                       Video completo disponibile su https://www.eduflix.it/it/                      

14. Cy è sempre minore di uno.

15. Lagravinese R., Il moltiplicatore del PIL, corso di laurea in Economia e Amministrazione delle Aziende, Dipartimento Jonico in "Sistemi Giuridici ed Economici del Mediterraneo: società, ambiente e culture", slides lezioni di Istituzioni di Economia Politica, a.a.2015/2016, Università degli Studi di Bari Aldo Moro. 

16. Roncaglia A., Capire l'economia..., op.cit. 

17. L'autore del presente articolo precisa che ha consultato e visionato il film-documentario Inside Job, regia di Charles Ferguson. Il presente documentario narra le cause che hanno portato allo scoppio della crisi finanziaria del 2008 e delle conseguenze che da essa, ne sono derivate. L'autore del presente articolo ha ritenuto opportuno visionare il film sopra citato perché ha ritenuto esso, una fonte di informazione essenziale per la scrittura del paragrafo e ne consiglia la visione ai propri lettori. 

18. http://www.consob.it/web/investor-education/i-derivati

19. I mercati OTC o Over the Counter fanno parte dei mercati secondari ma a differenza dei mercati regolamentati, i mercati OTC hanno una bassa regolamentazione finanziaria. Nei mercati OTC gli intermediari finanziari si scambiano titoli e prodotti finanziari con un elevato grado di rischio e con importi elevati.

20. http://www.economia.rai.it/articoli/alessandro-roncaglia-sulla-crisi/16289/default.aspx

21. Marcuzzo M.C., Gli ottanta anni della Teoria Generale di Keynes: perché è ancora un libro attuale, in Moneta e Credito, vol.70, n.277, p.17.

22. L'autore del presente articolo non intende esprimere alcun giudizio di natura politica e non fa parte, in nessun modo, di alcun partito o associazione politica.

23. «Lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali». Codice Civile e Leggi complementari, a cura di Bartolini F., Piacenza, La Tribuna, 44° edizione, p.45.

24. Keynes J.M., Autosufficienza Nazionale, 1933.

25. Nardò A., La forma concessoria del Partenariato Pubblico Privato: aspetti giuridici ed economici, in Rivista Cammino Diritto, vol.1, 2019.


Estremi per la citazione:
Alessandro Nardò, UN APPROCCIO COMPARATO TRA IL LIBERISMO ECONOMICO E LE POLITICHE KEYNESIANE: DUE DIVERSI AMBITI DEL PENSIERO ECONOMICO, in Riv. Cammino Dirit.,3, 2019

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