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Chi agisce in revindica è tenuto alla probatio diabolica della proprietà

Chi agisce in revindica è tenuto alla probatio diabolica della proprietà
CIVILE - CIVILE

Scientifico

Chi agisce in revindica è tenuto alla probatio diabolica della proprietà

Andrea Bazzichi 374 -

La prova impossibile è ammissibile nel nostro ordinamento?


Sommario: 1) Premesse Generali 2) Il caso concreto-Cassazione 32838/2018 3) Le difese del convenuto e l'eccezione-domanda riconvenzionale di usucapione 4) Riflessioni conclusive.

1) Premesse Generali

L'espressione probatio diabolica, ovvero letteralmente prova del diavolo, è tanto sintetica quanto efficace. Nel concetto di prova impossibile è insita una contraddizione, poiché ha senso disquisire di prova solo laddove questa possa essere fornita. Non allorquando il oggetto onerato della dimostrazione, non riesca a esibirla per motivi oggettivi, perché nessuno è in grado di raggiungere tale risultato. Infatti, da tempo la giurisprudenza ha posto dei correttivi, a tal proposito basti pensare ai cd. fatti negativi, la cui dimostrazione può essere conseguita anche attraverso elementi presuntivi. L'azione in rivendicazione viene sovente proposta come il classico esempio di probatio diabolica. All'attore che agisce in rivendica si richiede, appunto, non solo di dimostrare la legittimità del proprio titolo di acquisto, ma anche quella dei precedenti proprietari sino ad arrivare ad un acquisto a titolo originario. E' evidente che la sequela degli acquisti a titolo derivativo possa innescare sul piano astratto, un perverso meccanismo di regresso all'infinito1. In questo caso facendo un parallelo con la disciplina dell'interruzione e della sospensione, l'acquisto a titolo originario opera come un punto, mentre quello a titolo derivativo rappresenta una parentesi. Sul piano generale, com'è noto la norma di riferimento è l'art 2697 c.c., la quale in pone a carico dell'attore la prova dei fatti costitutivi, al contrario il convenuto dei dare la prova dei fatti impeditivi, estintivi e modificativi. La disposizione è la coerente del principio del divieto di non liquet, secondo il quale il giudice può e soprattutto deve essere in grado di poter risolvere la questione giuridica posta alla sua attenzione. Nell'ordine dunque, l'attore, anche in presenza dell'allegazione di fatti impeditivi, modificativi ed estintivi, da parte del convenuto, deve necessariamente assolvere al proprio onere probatorio. E questo anche nell'ipotesi in cui il secondo non riesca a dimostrare quanto dedotto ed allegato in via contraria. Solo allorquando il primo riesca a provare il fatto costitutivo, entra in gioco la verifica dei fatti avversi posti dal convenuto. Se tale ricostruzione appare agevole sul piano teorico, nell'applicazione concreta le questioni sono molto più sfumate, in considerazione del fatto che l'art 2697 c.c. non pone una misura del quantum necessario perché la prova possa dirsi raggiunta. E nemmeno vi è l'indicazione di quali siano i mezzi di prova idonei nel caso specifico perché la verifica del fatto possa dirsi acquisita. In via ulteriore, come si vedrà nel corso dell'analisi, nello scopo di porre dei correttivi al rigoroso onero probatorio richiesto, entrano in valutazione anche la condotta processuale secondo quello che è lo schema del principio di non contestazione di cui all'art 115 cpc2.

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Estremi per la citazione:
Andrea Bazzichi, CHI AGISCE IN REVINDICA È TENUTO ALLA PROBATIO DIABOLICA DELLA PROPRIETÀ, in Riv. Cammino Dirit.,1, 2019

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